"...ho comprato stasera"? Decisamente no. L'emozione che hanno provato 2 fan dei The Rasmus non ha prezzo.
Un'opportunità unica. Così si può definire l'esperienza che hanno vissuto per un giorno due fan dei The Rasmus. Il gruppo finlandese portatore sano di successo (ricordate In The Shadows?) dopo tre anni di silenzio da "Hide From The Sun" riappare al grande pubblico con gli aromi dark di "Black Roses".
Elisa ed Annalisa, questi i loro nomi, da grandi ammiratrici del gruppo sono diventate – grazie a Beat Magazine, Newsic.it e edel – preparatissime giornaliste che con le loro acute domande e osservazioni hanno messo a dura e piacevole prova il leader Lauri Ylönen. Circondato da cornetti e svariati cappuccini in pieno italian style, il biondissimo frontman si è meravigliato della loro professionalità e ne è rimasto completamente soddisfatto, tanto da regalare alle ragazze una piccola anteprima: l'avventura da produttore per un'artista finlandese, Laura. Ne sentiremo parlare? Di sicuro Elisa e Annalisa hanno fatto parlare lui, Mr. The Rasmus.
La vostra carriera ormai ha superato i dieci anni, un fattore poco comune tra le band di oggi. Avete mai desiderato di tornare indietro nel tempo e cambiare qualcosa del vostro percorso?
Abbiamo avuto l'opportunità di cambiare in ogni album tranne che per l'ultimo, "Hide From The Sun". In quel periodo, creativamente parlando, eravamo praticamente bloccati. Se potessi tornare indietro sicuramente non rifarei quell'album, ma mi consola il fatto che con il nuovo "Black Roses" siamo andati avanti, ci sono nuovi elementi. Volevamo sorprenderci di nuovo e, soprattutto, sorprendere chi ci ascolta.
La cover di "Black Roses" è una rosa stilizzata. Mi ha subito ricordato il cinema espressionista tedesco, dove venivano utilizzati di continuo il contrasto bianco/nero e forme acuminate. C'è un legame tra questo movimento artistico e l'idea dell'artwork?
Wow... Se tutte le domande dei giornalisti fossero come queste (ride, ndr)! Hai colto il senso. Durante la lavorazione parlavamo spesso di un film tedesco degli anni '20, non ricordo il nome...
... "Metropolis"?
Esatto. Abbiamo scritto un paio di canzoni che raccontano proprio lo stato di alienazione che pervade tutta quella pellicola. La copertina è stata una mia idea e rappresenta il vuoto che potrebbe esserci nel futuro. Dal di fuori il disegno della rosa è molto preciso, freddo, simmetrico, ma all'interno nasconde qualcosa di molto differente: guai, domande, la facciata non sempre buona delle cose.
Quali sensazioni pensate possano trasmettere i brani del disco ai vostri fan?
Pura sorpresa. Sono cosi diversi, abbiamo scelto soltanto i migliori come il primo singolo "Livin' In A World Without You". La nascita di questo pezzo è stata divertente: stavamo giocando al computer ed è uscito fuori un riff (Lauri inizia a mimare la chitarra, ndr). Ho subito pensato "è lui, il singolo" e la combinazione con la melodia l'hanno reso esplosivo. Il testo è molto personale e quasi drammatico e sono sicuro che chi vuole capire sa bene di cosa parlo.
Su YouTube circola l'incidente che hai avuto sul set del video...
... Si, è stato assurdo. La sceneggiatura prevedeva una parte dove alcuni poliziotti mi sbattevano contro il vetro, ma quei due mi hanno spinto talmente forte che la lastra è andata in mille pezzi. Mi sono ritrovato quei frammenti sulla mia faccia e sul mio collo, abbiamo perso non so quanto tempo con le pinzette per tirarli fuori. Ora sto bene, anzi ci rido sopra perché quella scena su Internet è più vista del clip ufficiale (ride, ndr).
La disperazione mista ad autocommiserazione di "Hide From The Sun" sembra in netta contrapposizione con i testi di "Black Roses". C'è stata una sorta di ribellione al passato nella band?
Hmm (ride, ndr), bella domanda. Durante le registrazioni dell'ultimo disco eravamo stanchi, quasi pigri per fare un passo in avanti. Negli ultimi tempi, invece, abbiamo scoperto nuove vibrazioni ed eravamo molto più motivati. Volevamo scrivere canzoni che ci aiutassero a combattere per mantenere la nostra posizione nel mondo della musica.
Dove avete registrato il disco?
A Nashville, dove c'è una vita completamente diversa dalla nostra. Eravamo circondati da tutti questi cowboy che giravano con le mandrie di bestiame e non volevano neanche sentir parlare di noi. Eppure proprio lì abbiamo riscoperto quel sentimento che ci ha permesso di ritrovare l'ispirazione. La cosiddetta pace dei sensi.
La produzione è stata affidata allo statunitense Desmond Child (Bon Jovi. Kelly Clarkson, Joss Stone), una cosa ritenuta da alcune fonti quasi pericolosa per il vostro sound...
... Addirittura? In realtà non abbiamo mai voluto essere una di quelle rock band che gridano fuck in ogni canzone, ma sapevamo che lui poteva tirar fuori quel suono che noi stessi stavamo cercando. Non ci siamo preoccupati del rischio che potevamo correre, mai.
Qual è stato il suo più grande consiglio?
Prima di iniziare le registrazioni eravamo soliti fare un planning del nostro presente: chi eravamo e cosa avevamo combinato fino a quel momento. Desmond ci ha spinti a guardare nel futuro, ad andare oltre.
Che consigli, invece, pensi di poter dare a qualcuno che vuole intraprendere il mestiere di musicista nella vita?
Di provare, provare e provare. Di smettere immediatamente di suonare cover e di iniziare subito a scrivere pezzi propri cercando di trovare una propria personalità. E, infine, di pensare che in questo mondo non ci sono garanzie: un giorno sei al centro dell'attenzione, l'altro no.
Ultimamente in Germania avete proposto un set acustico nei vostri live. Dobbiamo aspettarci altrettanto per le vostre date italiane?
Possiamo tentare. I fan tedeschi ci hanno espressamente chiesto di suonare in quel modo, magari quando ritorneremo in Italia dal vivo - credo a febbraio 2009 - potremmo provarci. Sarebbe bellissimo.